• Par il 2017

    AVȎTS DI BON ÂN

    A duc’ bon ûltin e bon prîn
    màssima a cûi che l'è lontân
    in mût che si sìnti plûi viçîn

    E a duc’ buîna fîn e bon ân
    che us vêgni pân e vîn
    farina e polenta di sarasîn
    e ancja cuâlchi carantân
    che ‘l condûri par dut l’ân

    A duc’ bon ûltin e bon prîn
    sunâit l’armôniga e il violîn
    spietânt in ligrîa l’ân c’al vên

    che puârti gjonda, formênt e fên
    che puârti trìsculis, sâriesis e lôps
    che puârti nôlis, còculis e sjôps
    che puârti maravêis, spêris e zûcs
    e chìstis sôn rôbis di dâgj ai frûts

    Jô ûs brami lis buînis fiêstis
    che mangjâit tantis mignêstris
    e un ân plên di furtûna
    cun amundi di buîna lûna

    Ûs vegni furtûna ta l’ân che 'l vên
    cuant che chê a vên no si sâ
    ma l’ân che 'l vên al’ê zà biêl cà!



    federico orso ©

  • Per il 2017

    AUGURI DI BUON ANNO

    A tutti buon ultimo e buon primo
    specialmente a chi è lontano
    che si senta un po’ più vicino

    Ed a tutti buona fine e buon anno
    che vi porti pane e vino
    farina e polenta di granturco
    ed anche qualche quattrino
    che resista per tutto l’anno

    A tutti buon ultimo e buon primo
    e suonate l’armonica ed il violino
    aspettando in allegria l’anno che viene

    che vi porti gioia, frumento e fieno
    che vi porti fragole, ciliegie e mele
    che vi porti nocciole, noci e caramelle
    che vi porti meraviglie, speranze e giochi
    per i regali dei vostri fanciulli

    Io vi auguro buone feste
    che mangiate tante minestre
    ed un anno colmo di fortuna
    con abbondanza di buona luna

    Ed abbiate buona sorte l’anno che viene
    quando quella arriva nessuno lo sa
    ma l’anno che viene è proprio già qua!



    federico orso ©

Per gli Auguri di Natale

La leggenda del “Sol Invictus” :

Quando il fanciullo arrivò nella casa del vecchio, erano trascorsi settanta giorni volte sette di buio su quella terra dove il vitreo silenzio della notte stava spegnendo ogni fiamma di vita. Davvero, non si vedeva più il sole.
 
“Con me porto né oro né ricchezza, né denaro né certezza.” disse il fanciullo al vecchio sull’uscio della casa “Con me porto solo la parola, il verbo della speranza e dell’utopia.”
 
“Quale speranza, quale utopia?” chiese il vecchio alzando gli occhi nell’oscurità del cielo.
 
“La speranza della luce che rinasce ed insieme ad essa la vita, l’utopia del sole che splende e fa crescere la vita verso il mare, tra il borgo, nel campo e sul colle fino alla sommità del monte” rispose il fanciullo.
 
Allora il vecchio sorrise, prese in mano la zampogna e suonò una musica antica per chiamare a raccolta tutta la gente di quella terra.
 
La gente venne dai borghi vicini, dai casolari sparsi nella campagna, dai porti delle isole e dai casoni della vicina laguna; scese dalle colline e dalle montagne più lontane; arrivò persino da qualche grande città alla casa del vecchio che dava sul mare.
 
E quando tutta la gente si riunì nella grande corte davanti alla casa del vecchio con la zampogna, fu allora che da oriente all’orizzonte del cielo sul mare riapparve la luce del sole e quel fanciullo cantò:
 
Auguri
Auguri e che vi sia luce 
Auguri e che vi sia il sole
Auguri e che vi sia la vita
Auguri e che vi sia il sogno
Auguri e che vi sia l'utopia
Auguri e che vi sia speranza
Auguri e che abbiate la poesia
Auguri e che abbiate la dolcezza
Auguri e che abbiate la ricchezza nel cuore
Auguri e che abbiate l’amore
Auguri
 
federico orso ©
 

La leggenda dell'abete sempreverde:

C 'era una volta, su una radura in mezzo ai monti, in un luogo inaccessibile agli esseri umani e lontano da ogni sentiero, il tronco di un vecchio albero.

Era d’inverno, un freddo mattino d’inverno con la nebbia che copriva il mondo.

Era dicembre, quando la Signora della Luce ed il Signore del Tempo iniziano a stendere il tappeto rosso sulle porte delle case di quelle creature che, nella loro anima, continuano a credere davvero agli gnomi, alle fate ed alle piccole e grandi magie della festa del Natale.

Il vecchio albero se ne stava là, tutto infreddolito, con i suoi rami spogli e nudi a guardare il cielo, carico di neve, che di lì a poco avrebbe preso a scendere leggera sulle sue braccia stanche.

Neppure una gemma colorata, un fiocco variopinto, un organetto di musiche, nulla che gli portasse un po' di quella Festa del Natale.

"Fra qualche giorno sarà Natale... " disse sospirando "Come vorrei essere anch'io pieno di luci... coperto dai sorrisi dei bambini, sentire quel calore dentro, quella gioia che ho dimenticato... avere un giorno da rincorrere per sempre..."

Cominciò allora a singhiozzare con il vento che gli passava accanto e quel triste lamento, appena sussurrato, giunse lontano portato dal vento ed arrivò quasi all'orizzonte della realtà.

Fu allora che accadde una cosa davvero insolita, qualcosa di magico...

Da lontano, il vecchio albero vide arrivare due strane creature, una giovane donna avvolta di un manto rosa e azzurro, come l'aurora, ed un vecchio uomo avvolto in un mantello rosso scarlatto come il tramonto.

I loro passi erano lenti e leggiadri... quasi si librassero nell'aria... come a non voler sfiorare la terra, addormentata sotto la grigia coperta dell'inverno.

Quando la giovane donna ed il vecchio uomo gli furono accanto, l’albero, aiutato da un soffio di vento, cercò di far loro un inchino, ma la sua scorza antica gli permise appena di piegare le dita... i suoi rami più alti...

Fu allora che lei e lui lo guardarono e sorrisero.

"Chi siete" mormorò con voce di vento l'albero.

"Sono la Luce... la Signora della Luce e vado per il mondo a regalare la luce, che riempie di magia ogni attesa... “

“Sono il Tempo… il Signore del Tempo e dono me stesso, il Tempo, alle creature... rendendo eterna la loro gioia nella magia dell’attesa... - ".

L'albero non disse nulla... e la Signora della Luce ed il Signore del Tempo avvertirono la sua immensa solitudine... gli sorrisero e continuarono all’unisono: "Per te oggi portiamo con noi qualcosa… aspetta, attendi e vedrai…”

Il vecchio albero riuscì appena ad intendere quelle parole, che sentì un frullio d'ali allontanarsi...

Non sapeva immaginare cosa sarebbe accaduto, ma un profondo senso di dolcezza e di gioia lo attraversò dalle radici ai rami più alti, fino a sfuggire verso il cielo.

La Signora della Luce ed il Signore del Tempo erano svaniti nel nulla e il giorno cominciò a correre veloce, come le nubi sopra di lui, volando sopra la sua spoglia chioma e portandovi silenziosamente la neve.

Quell'attesa fu dolce, rapida come il volo del falco... fu quasi un sorriso... poi, la sera giunse silenziosa, discreta... quasi in punta di piedi, mentre aveva finito di nevicare.

Il cielo era limpido e l'aria fredda e pungente... l'albero guardò le mille stelle occhieggiare verso l'infinito. Poi, d'improvviso, udì un battere d'ali farsi sempre più vicino, finché sentì posarsi sulle sue braccia uno stormo di uccellini.

Da un raggio di Luna scesero la Signora della Luce ed il Signore del Tempo... e si fermarono ai suoi piedi.

Gli uccellini, ad un cenno di quelle due creature, presero a tuffarsi nel cielo e a riportare, ad ogni volo, un frammento di stella, per posarlo ora qua ora là sui rami dell'albero.

In poco tempo, così, quel vecchio tronco divenne l'albero più bello che Natale avesse mai visto...

E quando con un sorriso l’albero stava per ringraziare di quel dono meraviglioso, la Signora della Luce ed il Signore del Tempo lo fermarono e gli dissero:

"No, non ringraziare noi... Questo dono è opera di quelle creature che, nella loro anima, continuano a credere davvero agli gnomi, alle fate ed alle piccole e grandi magie della festa del Natale e che hanno voluto regalarti una vigilia di Natale tutta loro... Ora, noi aggiungeremo il nostro regalo... "

Nel pronunciare quelle parole, aprirono le mani e la luce entrò nel tronco ed il tempo entrò nei rami, creando così l’abete sempreverde che si illumina a Natale.


federico orso ©

La leggenda della Befana e dei Re Magi

L'adorazione dei Magi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova

C’era una volta, tanti anni fa, forse migliaia di anni fa, in un grande palazzo di una lontana terra, ricca di fiori, alberi e piante, una regina che era conosciuta e venerata come la Signora della vita e la Padrona della natura.

Lei era bella, sempre bella e perennemente giovane, con i lunghi capelli biondi e morbidi, gli occhi azzurri e lucenti, il nasino all’insù ed il mento appena pronunciato, e - come si conviene ad una regina – una corona di diamanti sul capo, una veste rosa di broccato, scarpe di cristallo e calze di raso.

Non faceva mai freddo in quella terra e fiorivano incessantemente le viole e le rose, gli alberi non perdevano mai le foglie e le piante erano continuamente verdi e rigogliose, mentre lei – la regina – trascorreva le giornate a pulire ed accudire il suo palazzo e la sua terra.

Non faceva freddo neppure d’inverno, nemmeno a gennaio… e fu così che al tramonto di un dì di gennaio di tanti e tanti anni fa, mentre la regina stava pulendo con una scopa ed un sacco il suo palazzo, intravide dalla finestra la luce bianca di una grande stella ed affacciandosi la vide fermarsi proprio sopra al suo palazzo.

Fu allora che sentì un gran frastuono nella corte di fuori e si affacciò al balcone: che sorpresa, che stupore! Vide arrivare uno stuolo di gente: cento, mille, diecimila e forse più persone di tutte le razze, capeggiate da tre re vestiti di seta e di velluto, uno di pelle bianca - uno gialla - uno nera, tutti in groppa a tre grandi cammelli.

“Chi siete?” chiese la bella regina dal balcone ai tre re.

“Siamo i Re Magi” dissero all’unisono i tre “Siamo i re delle tre stirpi discendenti dai figli di Noè, come dice la Bibbia”

“Sono Gasparre” disse il nero “discendo da Cam e con me porto l’oro”

“sono Baldassarre” disse il bianco “discendo da Jafet e con me porto l’incenso”

“Sono Melchiorre” disse il giallo “discendo da Sem e con me porto la mirra”

“Da dove venite e dove andate?” chiese incuriosita la bella regina ai tre re.

“Veniamo da Oriente seguendo la stella che ci porta a Betlemme” risposero assieme i tre re.

“E cosa andate a fare in quel piccolo borgo sperduto di pastori e contadini, voi che siete dei re?” sghignazzò la bella regina.

“Andiamo a portare i nostri doni al divino bambino appena nato, il sole splendente salvatore del mondo, che ci ha mandato la stella per guida, come hanno scritto nei sacri libri gli antichi profeti” dissero i tre re.

“La mirra perché è l’Uomo” disse Melchiorre.

“L’oro perché è il Re dei re” disse Gasparre.

“L’incenso perché è il Dio” disse Baldassare.

E le chiesero tutti assieme “Perché, tu che sei regina, non vieni con noi per portargli i tuoi doni?”

“Ah, ho troppe cose da fare: il palazzo è grande e lo devo ramazzare da cima a fondo, con questa scopa e questo sacco!” rispose lei.

I tre re magi insistettero ancora un po’, ma non ci fu verso di convincere la bella regina ad accompagnarli seguendo la stella verso Betlemme.

Così i re magi con il loro seguito proseguirono seguendo la stella quando stava quasi scomparendo il sole, lasciando la bella regina sola nel suo palazzo.

E, mentre loro se ne andavano, su quella terra accadde un fatto veramente insolito: arrivò d’improvviso un inverno freddissimo, i fiori appassirono, le piante avvizzirono, gli alberi persero le foglie, soffiò un vento potente da nord a portare tanta neve ghiacciata che coprì immediatamente tutta la terra della bella regina.

E fu allora che, dentro al palazzo, accadde qualcosa di misterioso, di magico: la bella e giovane regina divenne all’istante brutta e vecchia. I suoi biondi e morbidi capelli si trasformarono in una chioma grigia e dura, gli occhi azzurri e lucenti in due orbite nere e cupe, il nasino all’insù divenne un nasone adunco ed il mento divenne aguzzo come la punta di un corno. La corona di diamanti sul capo si trasformò in un cappellaccio scuro e trasandato, la veste rosa di broccato divenne un mantello nero e sporco da spazzacamino, le scarpe di cristallo due scarponi rotti da montanaro e le calze di raso un paio di calzebraghe logore e rammendate. Ma soprattutto la regina sentì la pelle avvizzirsi e la schiena incurvarsi: così andò davanti alla specchio per guardarsi e… e che sorpresa, che orrore! Vide davanti a sé una megera, brutta e vecchia proprio come una… befana!!!

Così la bella regina divenuta vecchia befana si affacciò di nuovo al balcone e, mentre nella fredda notte invernale continuava a nevicare, vide all’orizzonte del cielo il bagliore della stella dei re magi: allora comprese quanto stava accadendo, sentì di aver sbagliato a rifiutare il loro invito e decise di raggiungerli seguendo la stella per portare, pure lei, i propri doni al divino bambino.

Prese il sacco e lo riempì di piccole cose: caramelle, tessuti, mele e giochi. Si mise a cavallo della sua scopa e, mentre la stella spariva nel cielo, per magia e per incanto, iniziò a volare verso paesi e città, fermandosi ad ogni casa e lasciandovi un regalo ad ogni bambino nella speranza che uno di loro fosse Gesù Bambino.

Era notte fonda fonda, quando giunse alla grotta di Betlemme e vide il Santo Bambino, lasciandogli in dono un po’ di carbone per attizzare il piccolo fuochino ed una sciarpa di lana per scaldare quel corpicino.

Allora le apparve l’arcangelo dell’annunciazione.

“Dove sono i re magi?” gli chiese la befana.

“Sono ripartiti verso le loro terre nell’oriente, ma ritorneranno l’anno prossimo, sempre di questo tempo, e poi ogni anno per l’eternità a portare i doni al divino bambino” rispose l’arcangelo “E così tu, cara befana, ora riparti verso il tuo palazzo e la tua terra e riposa perché l’anno prossimo, sempre di questo tempo, e poi ogni anno per l’eternità ritornerai a portar doni a tutti i bambini ed a quelle creature che nel loro cuore continueranno a credere alla magia della festa dell’epifania ed alle fiabe, alle leggende, all’amore!”


Federico Orso ©

  • Par la Pifanie

    Pân e vin, pân e vin,
    la polente di sarasìn
    il cjalderìn l’è dut sbusât
    la polente jù pal prât

    Pân e vin, pân e vin,
    la lujânie tal cjadìn
    il cjadìn l’e sfonderât
    la lujânie a bon marcjât

    Pân e vin , pân e vin
    Diu mandi tant pân
    Diu mandi bon vin
    Diu mandi la blâve
    par lâ a mulin
    e dut al’ân a gjoldarìn

    Cjantada tor dai pignarui

  • Per l'Epifania

    Pane e vino, pane e vino,
    la polenta di saracino
    il paiolo è tutto bucato
    la polenta giù per il prato

    Pane e vino, pane e vino,
    la salsiccia nel pentolino
    il pentolino è tutto sfondato
    la salsiccia a buon mercato

    Pane e vino, pane e vino,
    Dio ci mandi tanto pane
    Dio ci mandi buon vino
    Dio ci mandi il grano
    per andare a mulino
    e tutto l'anno ne gioiremo

    Cantata attorno ai fuochi epifanici

Salutando, Vi lascio questa "filastrocca" in lingua friulana "sonziaca" dedicata a San Nicola.

Viva viva san Nicolau

San Nicolau ven cul mus
A cjatâ i nestris fruts
A puartagi siops e miluts
Coculis pipîns e zucs

San Nicolau al ven di lontan
Ta glaç, ta nef e in tal pantan
Cun tre balis in tuna man
Vieli, strac e cun tanta fan

Metìngi metìngi sul barcòn
Scueta polenta e vin bon
Par san Nicolau sul sojâr abàs
Che cuant c’al ven al mangiàs

Metìngi metìngi ancja un piz di fen
Par che il so mus mangi cuant c’a ven
E metingi ancja aga fresc’ja tun seglòt
Par che il mus bevi almàncul un got

Cuant che fûr l’e scûr e jè gnot
Cuant che no zòrna pì il merlòt
E cuant che i fruts a son tal ièt
Alora ‘l ven Nicolau cul so carèt

Cul so carèt e cul so mus
A cjatâ i nestris fruts
A puartagi siops e miluts
Coculis pipins e zucs

Viva viva san Nicolau

TOKAJI & TOCAI - LO SPETTACOLO DEL 2015

 "TOKAJI & TOCAI" 

Musiche e Parole

a Raccontar le Storie

di due Fratelli Gemelli

di e con

Janos Hasur e Federico Orso

  Opera di Pubblico Dominio per volontà degli Autori 

liberamente tratta da “Vitti di Toccai… 300”

di Cristina Burcheri e Stefano Cosma

 

Un affascinante viaggio nella Cultura del "Nettare degli Dei", dedicato in particolare alle vicende di due celebri Vini, il Tokaji ungherese ed il Tocai friulano, che natura e storia hanno voluto fratelli e che speculazione e burocrazia umane hanno inteso dividere, addirittura negando ad uno di essi la propria identità!

Fra citazioni tratte da poesia, letteratura e musica dell'Arte internazionale (da Omero a Hemingway, da Beethoven a Verdi) e brani raccolti dalle tradizioni orali e dalle Civiltà contadine magiare e friulane, Janos Hasur (musicista e violinista ungherese) e Federico Orso (scrittore e contastorie friulano) raccontano in uno spettacolo di teatro-canzone multilingue la storia ed il mito del vino, a cominciare da Noè, decimo patriarca della Bibbia, per passare al Patriarcato di Aquileia ed a Santo Stefano Primo Re d'Ungheria arrivando a Baudelaire e Neruda, concludendo con la dote di una nobildonna friulana che nel XVII secolo andava in sposa ad un nobile magiaro con 300 barbatelle di Tocai... 

Un'ora circa di spettacolo effervescente, scientifico, simpatico, poetico, ironico e... "politico" nel senso etimologico (o enologico? Saluta) della parola!!

Da ospitare ovunque: una cantina, un cantinone, un'azienda, un capannone, un teatrino, un teatrone, un cortile, una piazza, un'osteria, un ristorante... dovunque c'è la gente con tanta voglia di stare assieme, magari bevendo un bicchiere... di tokaji e di tocai!!!

 Info e prenotazioni: info@federico-orso.it 

Cliccando qui la locandina dell'anteprima al Castello Formentini domenica 29 marzo 2015

 Cliccando qui il calendario con le date già impegnate per il 2015

Cliccando qui il servizio sullo spettacolo pubblicato da Vino e Cibo, quotidiano di informazione enogastronomica online

 

SCHEDA TECNICA DELLO SPETTACOLO

TIPOLOGIA: spettacolo di teatro-canzone con 2 interpreti

SERVICE: impianto di amplificazione con 3 microfoni (1 per violino, 2 per voci) per location all'aperto, teatri ed ampi spazi coperti

SCENOGRAFIA: un bancone da osteria o un tavolaccio in legno da cantina, due sedie da osteria o cantina, una pedana (oppure un palco o una zona rialzata)

LOCATION: predisposto sia per esterno sia per interno, sia per grandi che per piccoli spazi

CONCEPT: Valter Colle

AUTORI: Federico Orso e Janos Hasur

DRAMMATURGIA: Federico Orso 

INTERPRETI: Janos Hasur e Federico Orso

LINGUE: italiano, friulano, ungherese, tedesco, sloveno

MUSICHE: tradizionali friulane ed ungheresi, Verdi, Beethoven

TESTI: tradizioni orali friulane e ungheresi, brani e citazioni da letteratura e poesia internazionale, Cristina Burcheri, Stefano Cosma, Filippo Formentini

PRODUZIONE: Organizzazione Eventi & Spettacoli

SIAE: esente in quanto opera di pubblico dominio per volontà degli autori

DURATA: 1' ora circa

CACHET: € 1.000,00 imponibili (comprensivi di Enpals)

N.B.: Il cachet è modificabile per eventi, situazioni e location particolari e di nicchia ad esclusiva ed insindacabile discrezione degli autori e della produzione

N.B.: Nel costo non sono comprese le eventuali spese di viaggio, vitto e soggiorno.

Recapiti: tel. 333 91 59 432 / e-mail info@federico-orso.it

 

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